S E M I N A I R E

Poteri e sfruttamento quale nuova articolazione in una prospettiva marxiana ? (Articolo in italiano)

vendredi 4 février 2005 par Antonio Negri

Ipotesi sulla trasformazione del concetto di sfruttamento all’interno del Tableau Economique

Presento qui alcuni appunti sull’argomento di cui al titolo. Proporrò in A alcune ipotesi, a partire da Il Capitale di K.Marx, sulla trasformazione del concetto di sfruttamento - che egli riteneva, all’interno dell’interpretazione del Tableau Economique in una definizione standard. Introdurrò poi, in B, alcune ipotesi relative ad una nuova definizione del concetto di sfruttamento ed alla nuova articolazione tra poteri e sfruttamento. In appendice poi, ad C, cercherò di identificare alcune piste per la definizione di un Noveau Tableau Economique, non tanto nei termini di una nuova definizione quanto di approssimazione. Tutto questo sarà presentato in forma di note non definitivamente lavorate ma sottoposte alla discussione del seminario : questa discussione sarà certamente utile nella stesura definitiva del testo.

A - Ipotesi sulla trasformazione del concetto di sfruttamento all’interno del Tableau Economique

1. Comiciamo con il ricordare che cosa è il Tableau Economique per Marx (sono infatti convinto che il tema dell’equilibrio economico, così importante nell’economia classica, non sia consueto nelle conoscenze dei frequenttori di questo seminario). Lo schema è riassunto da Marx in questi termini : I sezione (beni di investimento) = C1 +V1 +PV1 II sezione (beni di consumo) = C2 + V2 + PV2 Condizioni di equilibrio : C1 + C2 = C1 + V1 + PV1, che è come dire che la totalità del capitale (investimenti più consumi) deve essere eguale alla prima sezione (beni di investimento). V1+ PV1 + V2 + PV2 = C2 + V2 + PV2, che vuol dire che la totalità dei beni di consumo (ovvero capitale variabile + plusvalore) deve essere uguale alla seconda sezione (cioè produzion per il consumo). Quindi : C2 = V1 + PV 1 Cioè il capitale costante messo al servizio del consumo deve essere uguale al capitale variabile ed al plusvalore spesi ed estratti dall’investimento. Questo è lo schema della riproduzione semplice secondo il Tableau assunto da Marx.

2. Quali modificazioni oggi possono essere prese in considerazione rispetto lo schema della riproduzione semplice ? Per quanto riguarda la proposizione del tema e la forma di equilibrio che ne consegue ? Che cosa significa introdurre - semplicemente introdurre - il tema di un nuovo Tableau Economique oggi ?

1. Non vale la pena di prendere in considerazione la riproduzione semplice se non in termini pedogico-propedeutici : questa annotazione marxiana va ripresa oggi per i nostri scopi. 2. Un’eventuale riproduzione allargata occorre oggi prenderla in considerazione dal punto di vista sociale, ovvero dentro i processi di sussunzione reale della società produttiva nel capitale. Con quali conseguenze ? Che è necessario complicare gli schemi con una Terza Sezione (meglio una sezione zero - O - che preceda la sezione prima e la sezione seconda). Ora, qui si modificano sia C che V (ed a fortiori PV). In che modo ?

Si potrebbe cominciare col dire che, ferma restando, la sezione seconda (dei beni di consumo), la sezione prima (dei beni di investimento) vede un ingigantimento di C1 + V1 + PV1. Questo significa che C1 potrà (probabilmente) essere scisso in C0 + C1. Ovvero in un C0, accumulato in una sezione sociale ovvero comune, al quale si aggiungono gli investimenti annui nuovi (C1). Questo non significa tuttavia semplicemente che il capitale fisso si è ingigantito. No, non solo. Quello che ci interessa sottolineare è che, a questo livello zero, il capitale fisso diventa sempre più circolante, cioè si ingigantisce nella circolazione (restando capitale produttivo). Il capitale fisso tende a divenire sempre di più capitale costante. Quindi il capitale fisso (in quanto costante) tende ad essere confrontato ovunque e sempre con il capitale variabile. Inoltre, l’ingigantimento quantitativo della formula dei beni di investimento (sezione prima) comporta modificazioni relative a V1. Anche questo dovrà dunque essere scomposto in V0 + V1 Ovvero in un V accumulato come potenza comune (linguaggio, educazione, consistenza antropologica, ecc.) della forza lavoro, sezione dunque nnon solo comune ma immediatamente produttiva, quindi eccedente il rapporto stesso di capitale. In questo caso V0 è del tutto irriducibile a V1. In terzo luogo, PV1 si è smisurato poiché dipende dalla potenza eccedente di V1, ovvero di V0. Il plusvalore, dentro questa nuova sezione, è qualcosa che si è soggettivato. Si potrà forse dire che esso è « fuori misura », che non può più essere chiuso nel rapporto di capitale. Questa dismisura ridonda su tutte le sezioni.

3. La formula 0 può quindi essere la seguente : 0 = C0 + V0 > o < PV0. Questa formula può essere chiamata formula della crisi. E’ su di essa, attorno ad essa che si aprono le vie politiche, le due sole, che sulla dismisura possono darsi : quella della guerra da parte del capitale o quella del comune da parte della moltitudine.

4. Ora, data questa formula, come può riorganizzarsi la relazione fra sezione prima e la sezione seconda ? Come agisce la formula della crisi (capitale costante comune + capitale variabile eccedente) sulle formule di equilibrio ? Per quanto riguarda l’equazione I (C1 + C2 = C1 + V1 + PV1) avremo uno squilibrio sempre determinato dal lato di C1, perché C1 tende sempre a farsi C0. Inoltre V1 tende a dilatarsi, quindi a darsi come V0. PV è comunque smisurato (fuori misura rispetto alla legge del valore ed oltre misura in riferimento all’eccedenza di V). Quindi non avremo mai equilibrio in rifermento all’equazione I. Per qunado riguarda l’equazione II (V1 + PV1 + V2 + PV2 = C2 + V2 + PV2), perché ci sia equilibrio occorre che il costo della produzione di beni di investimento e di consumo sia (keynesiamente) comparato all’organizzazione capitalistica del settore « produzione per il consumo » (nella fattispecie al capitale C2 investito in questa sezione). Tutto le teorie del piano e della concertazione si sono basate su questa condizione. Vale a dire che la sezione II è relativamente indipendente dalla « formula della crisi » qualora sia gestita secondo un modello keynesiano e/o socialista [per la spiegazione di questa possibilità vedi soprattutto Keynes e Polanyi]. Qualora non lo sia, a quel punto, la formula della crisi riprende vigore globale.

Mentre sul terreno dei consumi (sezione II) si può determinare equilibrio, quindi riproduzione ordinata del sistema della produzione capitalistica, sul terreno degli investimenti (sezione I) questo equilibrio è impossibile. Il socialismo può funzionare per i consumi, ma è inferiore alla richiesta sociale per gli investimenti - infatti si può dare sviluppo solo insistendo sulla formula della crisi, ovvero sugli investimenti comuni (come appare nella sezione 0).

5. Sarebbe interessante a questo punto allargare il discorso a come Rosa Luxemburg avesse intuito la formula della crisi. Più tardi, confrontandoci con gli schemi di riproduzione marxiani, potremo verificarlo interamente. Di fatto oggi, confrontati agli schemi di riproduzione della società di comunicazione, noi siamo di fronte all’impossibilità di trattenere l’eccedenza dell’espressione della forza lavoro nello schema riproduttivo. Rosa Luxemburg aveva ragione nel sottolineare quest’impossibilità, già allora ... ma giocava il suo punto di vista in una prospettiva « quasi terzomondista » !

6. Sempre per completare le basi del nostro discorso, allarghiamo la considerazione al tema del profitto. Diamo dunque : P (profitto), K (prezzo di costo) La formula marxiana è : M = K + P (M = C + V + PV = K + PV). Che significa valore della merce = prezzo di costo + profitto. Dato questa formula, il saggio di plusvalore sarà eguale a PV/V. E il saggio di profitto = PV/C (capitale complessivo) = PV/C+V. Ne consegue : il profitto sta al plusvalore come il capitale variabile sta al capitale complessivo (P : PV = V : C). Ora, se il saggio di profitto è determinato dal saggio di plusvalore (PV/V) e dalla composizione organica del capitale complessivo (K), il profitto medio sarà (attraverso le diverse sfere di produzione) in tendenza generale eguale alla somma dei plusvalori. Questo si chiama saggio generale del plusvalore.

Su questa base poniamo alcuni punti riassuntivi della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto confrontata alla formula della crisi, tentando di definire questo confronto in termini di anticipazione del discorso marxiano. Allora : quando C0 (capitale complessivo), tende a farsi comune, e fuori misura, e gigantesco perché socializzato, una condizione della caduta tendenziale del saggio di profitto è confermata (accrescimento dell’entità di valore del capitale costante, e per conseguenza, del capitale comnplessivo). Quando V0 (capitale variabile, forza lavoro) diviene eccedente, perché intellettualizzazto e socializzato, un’altra condizione della caduta tendenziale del saggio di profitto è smentita, cioè tolta (è tolta la diminuzione relativa del capitale variabile in rapporto al capitale costante, e per conseguenza del capitale complessivo). Di qui viene la necessità di considerare la maggiore produttività sociale del lavoro non semplicemente (come fa Marx) come conseguenza dell’aumento della diffusione sociale del capitale ma come conseguenza della potenza (sociale, creativa, ... della forza lavoro). Dunque, quando Marx considera la legge (a doppio taglio) che prevede la diminuzione del saggio di profitto e del contemporaneo aumento della massa assoluta del profitto (quando cioè Marx prevede un aumento complessivo del capitale in progressione più rapida di quella in cui il saggio di profitto diminuisce), (quando infine Marx dichiara : quanto maggiore è lo sviluppo del modo capitalistico di produzione, tanto più grande è la quantità di denaro necessaria ad occupare la stessa forza lavoro, o, a più forte ragione, una forza lavoro crescente), bene, in ciascuna di queste affermazioni è presente una corretta costatazione storica, conseguente allo sviluppo da Marx registrato, ma pè anche presente un errore fondamentale : quello legato ad una definizione passiva, insufficiente, relativamente impotente della classe lavoratrice (sempre considerata parte - V1 oppure V2 - del capitale). Qunado noi abbiamo raggiunto la formula della crisi, il ragionamento marxiano non può più essere accettato. Di conseguenza, quelle che Marx elenca come cause antagonistiche che contestano o neutralizzano l’azione della legge generale, sono in buona parte delle anticipazioni (confuse) della formula della crisi. Dato PV/C = PV/C+V (ovvero la definizione stessa del saggio di profitto) Marx determina le cause antagonistiche nel fatto che PV (massa) o C (entità) del profitto subiscano, in diverse combinazioni, effetti negativi e cioè diminuizioni du valore. Evidentemente, in tal caso, il tasso di profitto aumenta. Quando diciamo che Marx ci fa entrare in maniera solo confusa all’interno della formula della crisi, attraverso l’analisi della controtendenze allo sviluppo della legge della caduta del saggio di profitto, noi siamo nel giusto. Resta tuttavia il fatto cheil capitolo marxiano sullo « Sviluppo delle contraddizioni intriseche alla legge » raggiunge una formidabile coscienza della formula della crisi.

7. C’è un altro punto su cui dobbiamo qui soffermarci. Quando Marx passa dalla produzione semplice a quella allargata, riverificando a questo proposito l’ipotesi di equilibrio del Tableau Economique, ci troviamo di fronte ad un’altra serie di anticipazioni marxiane della formula della crisi - anticipazione che passa attraverso il concetto di capitale circolante. Nel secondo volume del Capitale Marx insiste sul fatto che il conetto di circolazione (ovvero il ciclo del capitale-merce) è stato bene inteso dai Fisiocrati, sull’esempio dell’investimento del fittavolo agricolo. M’ - M’’ (riproduzione allargata) è una formula comprensiva del capitale sociale. Qui il capitale merce comprende il processo di produzione capitalistica (il capitale fisso e il capitale circolante come elementi diversi del capitale produttivo) cioè comprende nella circolazione il capitale nella sua valorizzazione : per questo deve essere assunto come fondamento dell’analisi. La formula che ne segue è M è uguale a L (lavoro) + PM (mezzi di produzione). Secondo Marx A.Smith ha semplicemnet generalizzato al capitale globale le categorie fisiocratiche, spesso confondendole. Ma non vi è un gran che di nuovo in questa trasformazione : vi è solamente il fatto che la formula della crisi può essere qui specularmente riprodotta (rispetto agli schemi della riproduzione semplice).

8. Un elemento molto nuovo appare, nel Capitale di Marx, quand’egli affronta il problema dei trasporti ovvero delle industrie dei trasporti. Anche in questo caso siamo di fronte ad una anticipazione importante della formula della crisi. Vale a dire che, in riferimento alle questioni che ci poniamo (interpretazione in Marx della formula della crisi, laddove cioè si parla di C1 in riferimento a C0 [ovvero di capitale fisso che diventa sempre più circolante, nella socializzazione produttiva, per rappresentarsi definitivamente come capitale costante], l’analisi marxiana dell’industria dei trasporti sembra fondamentale).

D - M (L + PM) ... P - D’ La formula è importante perché considera l’effetto utile legato in maniera indissolubile al processo di trasporto. L’effetto utile è consumabile unicamente durante il rpocesso di produzione. Quindi non esiste una nuova M’ separata, come ad esempio nella formula base del ciclo che abbiamo segnato più sopra : D - M (L + PM)... P ... M’ - D’.

Ciò vuol dire (la formula dei trasporti) che la metamorfosi del K non avviene solo al livello produttivo ma anche dentro la circolazione ? Affermare questo è andare contro l’intero contesto della metodologia marxiana. Lo sembra ma non lo è tuttavia (comunque non lo è nell’analisi che ci interessa dell’industria dei trasporti) quando di fatto Marx (e noi) consideriamo il processo di circolazione come essenziale alla produzione della merce. Si badi bene : questo avviene non solo nell’industria dei trasporti (analizzata da Marx) ma, nei secoli che sono seguiti all’analisi marxiana, nell’industria della comunicazione. Ripetendo : la circolazione non è, nelle industrie dei trasporti e della comunicazione, un passaggio neutrale che possa essere rappresentato e percorso solo da metamorfosi formali. Di fatto, quando si parte dall’analisi dell’industria dei trasporti e della comunicazione, (quest’ultima sempre più egemonica nel passaggio post industriale), il ciclo capitalistico deve essere caratterizzato da una centralità della circolazione che è produttiva (l’effetto utile e consumato nella produzione). L’esempio dell’industria della comunicazione (poste, telegrammi, ...) è fatto dallo stesso Marx. In effetti tutta l’economia (industria) dei servizi sta nella medesima categoria.

Il C fisso diventa sempre più circolante. Nell’industria dei trasporti, delle comunicazioni e dei servizi, il C fisso è sempre circolante. Il capitale costante è immerso nella circolazione sociale ed il suo farsi merce è dentro la produzione sociale (non P - M ma direttamente P - D). Ora la nostra definizione di un terzo (ma primo) settore (definito 0) [caratterizzato da un capitale costante comune e da un capitale variabile eccedente] non può porsi se non all’interno di un rapporto di capitale nel quale la potenza produttiva e quella di circolazione si compenetrano. Se infatti non si ponesse dentro la circolazione, il capitale resterebbe fisso e quindi sarebbe incapace di realizzarsi in forma immediatamente monetaria (P - D’), avrebbe bisogno di un passaggio attraverso M, non si realizzarebbe nel momento stesso in cui circola ma avrebbe bisogno di arrivare alla fine di un ciclo per aprirne un altro. Inoltre, quando il capitale fisso si fa circolante - e quindi la circolazione inerisce al capitale costante - è nella circolazione stessa, sempre ed ovunque, che il capitale variabile emerge in forma antagonista davanti al capitale costante. Dunque, lo slittamento dal capitale fisso a quello circolante, e la raffigurazione del capitale costante come sintesi di questo flusso, permette di dare una raffigurazione del capitale sociale come antagonismo, ovunque e sempre, fra capitale e forza lavoro sociale (fra capitale costante e capitale variabile). A questo punto C0 e V0 vengono presentati nella figura nella quale la formula della crisi ce li aveva offerti. Il passaggio attraverso la formula dei trasporti ci permette di riqualificare l’intero quadro della circolazione del capitale.

B - Alcune ipotesi sulla nuova articolazione di poteri e sfruttamento

1. Pongo come ipotesi che l’analisi non possa ancora qui uscire dallo scambio, che sul mercato mondiale il denaro e i poteri finaziari funzionino come strumento adeguato allo sfruttamento del lavoro umano e che la circolazione abbia tutto assorbito (Il Capitale, I, sez. I, cap. III, par. 3). Il mondo è dunque stato trasformato dal capitale in un feticcio postmoderno. Quello che mi interessa soprattutto è insistere sul fatto che il terreno marxiano del lavoro e della sua critica restano fondamentali nell’apoca attuale. Riprendendo il filo del discorso là dove si diceva che il mercato mondiale era divenuto un feticcio postmoderno, rinnovando l’ipotesi che il rapporto tra produzione e circolazione siano in principio identificabili (Marx non accede a quest’ipotesi). Sta di fatto che se la circolazione non è fonte di valore, valore e circolazione stanno ormai dentro lo stesso circuito. Che è come dire : il valore non nasce alle spalle della circolazione ma dentro la circolazione, perché la forza lavoro è essa stessa circolazione. (Il Capitale, I, II, cap. IV, par. 2).

2. La forza lavoro è un corpo (un insieme di corpi). Le definizioni marxiane della forza lavoro sono, ad un tempo, esaustive ed insufficienti (Il Capitale, I, II, cap. IV, par. 3) : esaustive dal punto di vista della definizione fenomenologica della forza lavoro (la forza lavoro è infatti corporea, morale, politica...), ma non dal punto di vista della critica dell’economia politica. La definizione economica contraddice quella storico-politica. Non sarà un caso allora che in Marz la forza lavoro sia definita (dal punto di vista economico) semplicemente come il valore degli elementi (mezzi di sussistenza) necessari alla sua riproduzione - il che mostra la forza lavoro come capitale variabile (V) incluso nel K, e non ne permette quindi quell’eccedenza che a noi tanto interessa. E’ ben vero che in molti luoghi, per esempio nell’analisi dell’industria dei trasporti, la valorizzazione è posta nella circolazione e la produzione nella vita, ma non si tratta certo dell’elemento centrale dell’analisi marxiana della forza lavoro. A noi sembra quindi necessario rinnovare il discorso a partire dalla formula della crisi, tenendo presente l’apertura che questa presenta a considerazioni attualissime sulla consistenza della nuova forza lavoro. La forza lavoro ci si presenta come variazione, mobilità, eccedenza, potenza, ecc. (vedi il mio Marx oltre Marx).

3. Se ora consideriamo Il Capitale, I, III, cap. V e VI ci risulta assai facile riverificare quello che fin qui siamo venuti dicendo e cioè che in Marx il processo lavorativo e il processo di valorizzazione (posti in maniera inscindibile) costituiscono una forma economicista di procedere. Essi vengono bensì distinti in capitale costante e capitale variabile (sempre in maniera economicista). Tuttavia in Marx vive un’altra tendenza forte (e qui, nei capitoli che citavamo è fortemente segnata) : essa consiste nel distinguere i due processi - e i due tipi di capitale - e (d’altra parte egli fa continuamente questa operazione nel condurre l’analisi del processo lavorativo) nello scoprire, attraverso questa distinzione, continuamente, la metamorfosi dell’antagonismo (interna al processo lavorativo) puntando sulla metamorfosi dell’antagonismo all’interno del processo del capitale circolante.

4. Definizione di sfruttamento dentro la formula della crisi. Il Capitale, I, III, cap. VII, VIII e IX. Giungiamo così alla definizione di sfruttamento dentro tutto il complesso di funzioni che lo definiscono (plusvalore, giornata lavorativa, massa e saggio di plusvalore). Pluslavoro, plusvalore, plusprodotto... Il rapporto, determinante queste tre figure dello sfruttamento, viene definito dal rapporto non solo con il K complessivo ma con il K variabile. Secondo Marx il rapporto di lavoro si combina con la quantità di lavoro necessaria alla riproduzione della forza lavoro. Ora questo rapporto deve essere mantenuto ma può essere modificato. Perché ? La risposta la potremo dare subito dopo aver ripreso e sottolineato un’altra annotazione che Marx fa in queste stesse pagine : che si possa scomporre il prodotto (merce) della produzione capitalista in una parte che deriva dal capitale costante, in un aparte che rappresenta il lavoro necessario aggiunto (il K variabile), infine in una parte che rappresenta il pluslavoro aggiunto (PV) nel processo di produzione. Questa scomposizione, dice Marx, è importantissima per gli sviluppi dell’indagine. Ma se il rapporto plusvalore-capitale costante/complessivo può essere scomposto, allora esso può essere integrato da altre scomposizioni, da altre serie di forme lavorative e di forme di capitale, di valori costruiti nella produzione e nella circolazione. Il principio marxiano di scomposizione apre ad uno spiazzamento del ragionamento. Nella fattispecie entrano qui in gioco C0 e/o V0. Ora, C0 e V0 entrano, come si è visto, nella determinazione del lavoro necessario, nella produttività del lavoro, nel plusvalore - in più, tuttavia, quando siano state scomposte esse permettono e danno base all’autonomia, l’indipendenza relativa, all’eccedenza della forza lavoro.

Il problema dello sfruttamento non è quindi, a questo livello di composizione organica del capitale e di composizione tecnico-politica della forza lavoro, semplicemnte quello della relazione fra P e V ma è qualcosa che investe l’intero tessuto sociale. Si potrà quindi dire che « il saggio di plusvalore, a livello della sussunzione reale della società/lavoro ne il capitale, è l’espressione esatta del grado di sfruttamento non solo della forza lavoro (dell’operario) da parte del capitale (del capitalista) ma anche di tutte le potenze comuni della produzione sociale che sono comprese nella forza lavoro sociale ». Il capitale costante è comune.

5. Contraddizione e rottura Nella situazione che consideriamo la massa del PV aumenta a dismisura perché V0 è eccedente, la giornata lavorativa indefinita - ma il saggio di PV, per le stesse ragioni è limitato, dalla comunanza/incommensurabilità del capitale costante e dall’eccedenza/smisurata del capitale variabile. Questa è la vera situazione del capitale oggi : una massa spropositata di plusvalore su una base/su un saggio di sfruttamento del tutto incerto. Per il capitale come per la lotta di classe il vero problema sarà quello di ricomporre le dinamiche del saggio di sfruttamento verso il basso. Non più dunque dal punto di vista della massa ma da quello dell’intensità/controllo dello sfruttamento : controllo diffusivo per il capitale, diffusione generale della ribellione e dell’affermazione dell’autonomia da parte dei lavoratori.

[Approfonire acora la contraddizione tra massa e saggio di plusvalore a partire dalla formula della crisi] 6. Il plusvalore sociale (PVS) e le sue contraddizioni. Riapriamo qui il problema su crisi della quantificazione, dell’equilibrio e quindi sulla possibilità di rottura sempre presente nel rapporto capitalistico oggi. Tra l’altro, è qui che si interrompe lo sviluppo della scienza economica del capitale.

Lo sfruttamento consiste nell’estorsione dei valori della cooperazione sociale (oltre che nell’accumulazione continua di PV assoluto e di PV relativo che tuttavia sono compresi nella cooperazione sociale in varie forme). Lo sfruttamento sociale porta dunque il segno PVS e la formula della terza sezione del Capitale potrebbe essere segnata come 0 = C0 + V0 + PVS (quando in PVS si assuma l’incertezza della crisi).

N.B. A questo punto val la pena di sottolineare che lo 0 (con cui abbiamo segnato l’accumulazione sociale) può anche significare Ontologico.

« Nella umwelt della sussunzione reale (del tempo avvolgente) si sviluppa non solo l’isteresi dell’analitica del tempo e dei tempi reali molteplici, ma anche e soprattutto l’assimetria del tempo del comando e dei tempi della liberazione dallo sfruttamento. L’assimmetria è la forma iniziale e potente, radicale e insolubile dell’antagonismo nel dislocamento » (Prolegomeni, p.57). Con questa notazione si riassume il senso della nostra analisi della sussunzione del rapporto (attivo) di sfruttamento (come antagonismo) che vi si rivela. Attiva è, dentro queste conclusioni, l’analisi della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, confrontata ora allo sfruttamento sociale. Manca tuttavia ancora la possibilità di quantificare lo sfruttamento sociale. Ma di questo più tardi.

Ancora sulla definizione di sfruttamento, vedi Prolegomeni del politico in Kairos par. 12 pag. 135. Qui si attacca la definizione marxiana di sfruttamento, non solo quando essa si applica alla dimensione individualizzata del lavoro nella giornata lavorativa (rapporto « lavoro necessario » vs « pluslavoro ») ma anche nel caso nel quale si voglia immaginare il rapporto di sfruttamento come qualcosa che aderisce alla totalità del sociale. [Riprendi le argometazioni].

Di contro (anche se permangono vecchie caratteristiche del PV) « il PV è un blocco della teleologia del comune (in primo luogo soprattutto) ovvero il tentativo di ridurlo a misura, ovvero lo sfrorzo di rendere tautologico ed insensato il nome comune del comune ». « Sfruttamento è deflazione », è castrazione della dismisura del povero, è « tentativo di misurazione della potenza biopolitica aperta sull’ a-venire ». [Di nuovo Prolegomeni pagg. 135, 136, lo sfruttamento come blocco del potere costituente. Vedi poi le pagine dei Prolegomeni del lavoro vivo e della decisione dove, trasversalmente, parlando della costituzione del comune, quelle notazioni sullo sfruttamento sono confermate e sviluppate.]

7. Dalla formula della crisi alla formula della metamorfosi. Il fatto di considerare lo sfruttamento solo in negativo (con determinazione spinozista nel costruirne la definizione) permette di togliere di mezzo la figura dialettica. Ma questo processo (senza negatività dialettica) che è inteso come processo metamorfico (ovvero di trasformazione e di spiazzamento) quando comincia ? Quando sorge nella dimensione storica ? E le rotture e le metamorfosi storiche dentro le quali si scrive la metamorfosi dei soggetti, da quali leggi è guidata, secondo quali categorie può essere letta ?

Per cominciare a dare una risposta a queste questioni occorre assumere 1. Che la dialettica dello sfruttamento (accumulazione) funziona in maniera antagonista (e che quindi la definizione marxiana è corretta, meglio, resta corretta anche nelle condizioni attuali). Fino a quando 2. La chiave dello sviluppo (e dell’accumulazione) non si pianti in maniera esclusiva sulla forza lavoro intellettuale, sul lavoro vivo immateriale. Si dovrà dunque concludere che il processo dialettico porta fuori dalla dialettica. La « formula della crisi » (C comune, V eccedente) potrà dunque anche essere chiamata « formula della metamorfosi ».

Resta il fatto comunque che quando si dice formula della crisi il processo descritto vede ancora il PV (sfruttamento) = PV/V e cioè il PV come principalmente estorto dalla dimensione cooperativa del lavoro sociale. Quando invece si parla di formula della metamorfosi, il processo descritto vede PV come eccedenza, ovvero come Ontologizzazione (0) di V e cioè PV0  V0. La continuità delle due formule dipende dunque dalla trasformazione dei soggetti. Sembra estremamente importante analizzare questo passaggio perché esso ci può dare la figura del movimento genealogico, di una logica immanente. Le stesse formule ne saranno modificate perché esse sono state costruite sulla base di presupposti logici non dinamici ma interni ai processi studiati. [Per avanzare su questo terreno si deve ricorrere alla batteria di concetti costruiti in Kairos, in particolare in Prolegomeni del campo materialista, pagg. 49 e seg.]

C. Appendice Per un nuovo Tableau Economique : approssimazioni possibili ?

1. Ripartiamo dal libro III del Capitale, là dove si prende in considerazione il problema della trasformazione, cioè la metamorfosi delplusvalore in profitto. Ora il feticcio-profitto,cherende« invisibili »leŒsue componenti (lavoro e plusvalore, valore e sfruttamento), ci si presenta come continua trasformazione, come processo che sembra tragga origine da qualità segrete ed immanenti al capitale stesso. Attraverso la critica di Marx la realtà è comunque ristabilita. Quando a livello di « saggio di profitto medio », i saggi di plusvalore (che erano stati nascosti nella formazione del saggio singolo attraverso la concorrenza), riappaiono costruendo mediamente la loro eguaglianza con il saggio di profitto. La tendenza, che forma tutte le leggi economiche, mostra in questo caso l’eguaglianza tra saggio generale del profitto e massa generale del plusvalore. Altrettanto vale per le altre trasformazioni : interesse e rendita. La nozione di feticismo, che Marx analizza molto meglio nel III libro del Capitale piuttosto che nel I, è qui assolutamente enunciata : è impossibile concepire il capitale indipendentemente dal rapporto sociale, farne un « feticcio automatico », un moloch invincibile, eventualmente prodotto di una violenza originaria incontenibile. L’analisi del rapporto D-D’ è magistrale : qui il plusvalore è trasformato in una cosa. D-D’ : « è la formula originaria e generale del capitale condensata in un’espressione priva di senso ». Interesse : « feticcio automatico, valore che genera valore, denaro che produce denaro, senza che in questa formula esista più alcuna traccia della sua origine... Il rapporto sociale è perfezionato come rapporto di una cosa, il denaro, con se stessa », ecc., ecc. Di contro il mondo è sempre antagonistico e lo stesso mondo feticizzato è attraversato da produzioni antagonistiche. Importante qui sottolineare che la nozione di feticismo non è in Marx feticistica. Il feticcio è sempre storicizzato, vale a dire che non è dato ma è continuamente prodotto, esso trasforma, metamorfosa continuamente la realtà e rende invisibili, questa è la sua funzione, gli oggetti che crea continuamente. La metamorfosi feticistica del reale è quindi una metamorfosi continua, che costruisce infinite dimensioni della natura e della storia. Il feticismo, i movimenti feticisti, meglio la forma feticista, costituiscono e trasformano lo stesso valore d’uso.

Ne consegue, a questo proposito, un tema autocritico su quello che altre volte ho chiamato « la fine del valore d’uso ». Giusta infatti la critica della naturalezza, ovvero del fondamento naturalistico del valore d’uso, ovvero di una sua eventuale trascendenza - pure quest’ultimo (pur trattato dentro le metamorfosi del capitale) si ripresenta sempre, come valore della forza lavoro. Prima come classe operaia, ora come classe produttrice nuova ovvero multitudine. Se non c’è dunque possibilità di una percezione/costituzione naturalistica del valore d’uso (« le condizioni naturali sono quelle della produzione ») si dovrà concludere che il valore d’uso è sempre nuovamente costruito, ci troveremo di fronte continuamente, sempre di nuovo, ad un valore d’uso a potenza n. Tanto più questo vale quando alle trasformazioni feticistiche nel moderno si oppongono le metamorfosi biopolitiche della forza lavoro (tecniche, politiche, ontologiche), cioè quel V0 eccedente e mobile dal quale il nostro discorso è cominciato, tenendo presente le condizioni produttive nel postmoderno.

2. Quando si affronta il problema da questo punto di vista è forse molto importante considerare la mutazione radicale di paradigma che è intervenuta, quella legata a V0. Sembra allora forse utile, quando si parla di capitale sociale (lavoro e plusvalore, più capitale costante), e cioè si assume lo sfruttamento a livello sociale come base di PV (V0, PVS) ritornare a quella distinzione marxiana (e già smithiana e fisiocratica) fra terre-matière e terre-capital come se oggi fosse giunto il momento di costruire concetti attorno ad una societè-matière ed una societè-capital. Non sarà, nel postmoderno (cioè al termine del paradigma del moderno), divenuta la società come la terra lo era stata nel moderno ?

Studiando la rendita come profitto differenziale nel passaggio dalle strutture medievali dell’economia patrimoniale a quelle moderne della prima accomulazione capitalistica, Marx assume l’analisi fisiocratica come particolarmente aperta alla spiegazione del mutamento di paradigma. Con la rendita noi abbiamo un dominio reale (nonché parassitario) dei vecchi rapporti di produzione sulle nuove forze produttive. Non potrà ripetersi questo riferimento anche oggi ?

Nella metamorfosi dei valori, nella trasmutazione postmoderna, il carattere sociale della produzione si afferma in maniera sempre più forte, accumulandosi nella società come fondo, come base produttiva, come materia, come natura. Da questo punto di vista il calcolo della reddittività sociale è calcolo differenziale, così come Ricardo e Marx avevano fatto per le figure della rendita (differenziale). Il fondamento teorico di queste figure sta nella « rendita assoluta », quello reale sta nella « rendita differenziale ».

Che cosa è interessante in questa analogia : produttività sociale  rendita fondiaria ? a. Il riferimento che comunque qui si fa al plusvalore, cioè alla centralità dello sfruttamento del lavoro, alla sua centralità nel determinare valore. b. Il fatto che, nella teoria della rendita fondiaria, così come in quella della produttività sociale, l’accumulazione diventa un fondo ontologico. Di qui la possibilità di analisi di strati del sociale, di trasformazioni interne... Concetti come : composizione organica del capitale o composizione tecnica e/o politica della forza lavoro, escono trasformati da questa assunzione. L’accumulazione trasforma la natura, e a questo punto reintroduce il valore d’uso (e tutte le sue articolazioni e sviluppi) come concetto a n-potenza. c. Fondamentale diventa, nel gioco delle trasformazioni, la dimensione « differenziale », cioè la comparazione. Un terreno vale più di un altro perché è stato a lungo coltivato... Assumiano un grado di produttività (capitalistica-sociale-postmoderna) come 0  di qui variazioni positive, ecc. ecc. Nel « differenziale » giocano sia le differenze quantitative che quelle qualitative... Il « differenziale » pretende comunque sempre che l’unità concettuale del valore (oltre le differenze ed i regimi di concorrenza) possa essere costruito.

3. Naturalmente a questo punto andrebbe ripresa e riverificata interamente la teoria della rendita nel III volume del Capitale di Marx. Ribadisco che, sulla produzione sociale del lavoro, se ne può ricavare molto dalla teoria della rendita fondiaria.

4. In forma di conclusione. La forza lavoro (V) ci si presenta come eccedenza, nelle nuove condizioni della produzione sociale. Eccedenza significherà (quando sia considerata rispetto all’intensità dei suoi effetti) innovazione e creatività. Quando sia considerata rispetto all’estensione dei suoi effetti, dovrà essere considerata come forza lavoro che si dispiega su un tessuto biopolitico.

A partire da queste condizioni il capitale trova continuamente a fronte di sé una dismisura continua. Gli risulterà impossibile misurare la produttività dei sistemi, la gabbia della contabilità e la contabilità d’impresa (per non parlare delle regole della contabilità nazionale) gli risulteranno inefficaci al compito. Di qui la tendenza alla distruzione del valore, il blocco continuo della nuova produttività - da parte capitalistica. L’equilibrio sembrerà impossibile, e neppure il nuovo dio in terra (le banche centrali rese indipendenti) riesce ad accostare il problema. La frantumazione del keynesismo è su questo terreno definitiva, poiché la grande anticipazione riguardante il concetto di domanda effettiva, non riuscirà a trovare corrispettivo nelle politiche economiche e nel nuovo regime della produttività. Tanto vale per il socialismo (reale o immaginato).

Esiste la possibilità di costruire una nuova misura, e quindi un nuovo Tableau Economique, sulla base di questa radicale modificazione delle condizioni di produzione ? Sul terreno finanziario, l’unico in qualche modo adeguato a concepire una base comune al nuovo sistema economico, non sembra che questo sia possibile : il sistema finanziario infatti si presenta come feticcio automatico, e percepisce l’antagonismo dei rapporti di classe solo come crisi. In effetti è solo quando si intreccino la formula della crisi e la formula della metamorfosi, è solo allora che si potrà forse cominciare a pensare ad una costituzione del comune (come base valorifica della produzione biopolitica). Una teoria del comune nasce dunque qui come tessuto ontologico di una nuova teoria del valore. Ma poiché il comune non è altro che base e prodotto di una moltitudine di singolarità, il tema stesso del comune non potrà darsi (in termini di misurazione) se non come prodotto di modulazioni e superposizioni continue.

E’ qui che irrompe il politico, cioè una teoria ed una pratica della decisione che sappiano rompere il cattivo infinito di questo processo. Naturalmente il politico è ricalcato, nella sua definizione stessa, sull’antagonismo di classe : da una parte stanno il privato ed il pubblico, dall’altro il comune. Hic Rhodus, hic salta.


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